C’è, nell’impegno associativo, una nobiltà che nessuna teoria dovrebbe permettersi di relativizzare. Quando un’organizzazione strappa un bambino alla strada, difende un richiedente asilo davanti a un tribunale, allerta su un inquinamento che nessuno voleva vedere, o tiene in piedi a fatica un servizio che lo Stato ha smesso di assicurare, fa qualcosa che la maggior parte di noi non fa: agisce, là dove fa male, ora. Questo lavoro non è un ripiego in attesa di meglio. È, molto spesso, ciò che separa la dignità dall’abbandono per milioni di persone.
Bisogna cominciare da lì, senza riserve, perché ciò che segue non è affatto una critica. È un tentativo di situare la Sageocrazia rispetto a ciò che esiste già, e di farlo onestamente, cioè senza lusingarla sminuendo gli altri.
L’obiezione da prendere sul serio
A volte si riassume così la differenza: le ONG curerebbero i sintomi, mentre un progetto più profondo affronterebbe le cause. La formula è seducente. È anche largamente falsa, e sarebbe disonesto costruirvi sopra un argomento.
Perché le grandi organizzazioni non si accontentano di fasciare ferite. Fanno advocacy, modificano leggi, portano Stati davanti ai giudici, spostano l’opinione, impongono temi all’agenda politica. Una parte considerevole del lavoro associativo è precisamente un lavoro sulle strutture: cambiare una regola fiscale, far riconoscere un diritto, costringere un’industria. Chiunque pretenda che questo ambiente si occupi solo delle conseguenze non ha guardato ciò che fa realmente.
La distinzione che la Sageocrazia propone è dunque altrove. Ed è più sottile.
Giocare meglio la partita, o cambiare la partita
Anche quando agisce al livello più strutturale, un’organizzazione cerca di ottenere regole migliori all’interno del gioco esistente: una legge migliore, una migliore redistribuzione, una migliore protezione. È un obiettivo giusto. Ma per raggiungerlo, deve giocare secondo le misure di valore e di legittimità che vigono oggi. Deve captare attenzione in un’economia dell’attenzione satura, raccogliere fondi in un sistema in cui il valore si prova con la transazione, vincere rapporti di forza contro attori spesso meglio dotati, e rendere conto secondo indicatori che misurano solo una parte di ciò che conta davvero.
In altre parole: l’azione associativa, anche la più ambiziosa, dipende dal quadro che vorrebbe correggere. Ne migliora i risultati senza modificarne la logica di fondo, quella che decide, a monte, ciò che ha valore, chi ha legittimità e ciò che merita attenzione.
La Sageocrazia non cerca di giocare meglio questa partita. Propone di spostarne le regole fondatrici. Le Reliances non sono un modo di finanziare meglio ciò che il mercato trascura; sono un altro modo di riconoscere il valore, rendere visibili la cura, la trasmissione, la mediazione, la preservazione del vivente, tutto quel contributo reale che i sistemi monetari lasciano nell’ombra. Il registro mondiale dei Sageocrates non cerca di pesare di più nel dibattito esistente; costruisce una legittimità di altra natura, che non dipende né dalla conquista del potere né dalla performance mercantile.
È questa la differenza di piano. Non «a loro i sintomi, a noi le cause», ma: loro lavorano a migliorare un sistema; la Sageocrazia lavora a trasformare la logica che lo produce, affinché una parte dei danni a cui le ONG rispondono cessi di essere generata alla fonte.
Perché non è una concorrenza
Questa distinzione non toglie nulla al lavoro associativo; vi si appoggia. Finché la logica di fondo non è cambiata, le conseguenze continuano a essere prodotte, e serviranno organizzazioni per rispondervi, con la serietà e il coraggio che si conoscono loro. Lo spostamento che la Sageocrazia propone è lento, e non dispensa da nulla nel frattempo.
Ecco perché i due impegni non si escludono. Si può essere Sageocrate e militare in una ONG, senza contraddizione né gerarchia tra i due. L’uno agisce nel sistema per limitarne i danni; l’altro lavora affinché questi danni siano, a poco a poco, meno numerosi da produrre. Lungi dal concorrere, questi due gesti si rispondono: l’uno cura il presente, l’altro prepara un quadro in cui ci sarà meno da curare.
La Sageocrazia non chiede a nessuno di lasciare ciò che già fa. Propone semplicemente di aggiungere, allo sforzo di correggere il mondo così com’è, il lavoro più discreto di trasformare ciò che, in esso, fabbrica senza sosta ciò che va corretto.
Questo articolo fa parte di una serie dedicata a ciò che distingue la Sageocrazia da altri approcci alla trasformazione sociale. Da leggere anche: L’Unicità della Sageocrazia.